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  • P. Casimiro OSPPE

Vita di Beato Eusebio, fondatore del Ordine Paolino

Dalle Vite dei frati dell’Ordine di San Paolo Primo Eremita del padre Gregorio Gyöngyösi

(cap. 1. 5-8. 10. Editio 1988)


Ebbe le cose del cielo dinanzi agli occhi, ma più ancora nel cuore


Nacque a Esztergom, città dell’Ungheria, da genitori di illustre e diffusa fama. Durante gli anni della pubertà si occupò della verità, crebbe in lui tanto la sopportazione della fame e della sete che tutti ammiravano come un uomo di corpo così delicato e fine, così lieto con pochissimo nutrimento, conducesse la vita sempre allegro. Praticava le maggiori vigilie e passava tutto il tempo o con l’ufficio divino, o in contemplazione, o nello studio. Talvolta insegnava quella filosofia per la quale i mortali potrebbero piacere a Dio. Intanto scriveva libri, senza tuttavia tralasciare di vivere i comandamenti divini in modo eccellente, conoscendo quella sentenza del Signore: Non infatti chi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che la osserverà e la insegnerà, questi sarà chiamato grande nel regno dei cieli (cfr. Mt 7, 21 e Mt 5, 19). Essendo poi stato promosso tra i canonici di Esztergom per i meriti riconosciuti, tra gli altri lodevoli bramò l’ospitalità come un altro futuro patriarca Abramo. Allo stesso modo spesso avvicinava i fratelli abitanti in selve solitarie ovunque e anche costoro a casa sua dall’eremo, affinché scambiassero i cesti intrecciati con vimini con cibo di pane. A tal punto pure i rapporti con loro lo allettavano, da elevarsi spesso con ciò, dove i servi di Dio a gara come api ricche offrono il miele della dolce consolazione. Così si propose di abbandonare questo mondo, la patria, le cose e i suoi familiari, per servire in tutta umiltà il Signore nelle sue schiere.

Pertanto il santo uomo Eusebio, ferito in modo mirabile dall’amore divino, non volendo nascondere l’impegno di carità dal quale era avvinto, manifestò a conoscenti e amici ornati dei fiori delle virtù e ferventi di spirito di devozione, perché dimentichi delle ricchezze delle cose realizzate e stimando quale sterco tutte le cose caduche, al fine di guadagnare Cristo decidessero di andare e restare con lui. Fece sì che già attratti dal divino amore seguissero semplicemente soltanto la croce del Signore. E ciò subito, e senza alcun rinvio, purché cessassero le guerre con un nemico del genere dei Tartari infedeli. Quindi Eusebio con i suoi compagni dispose di lasciare Esztergom finché la pace non fosse stata ripristinata. Allora poi con simile devozione, benché non con simile età, vennero dagli eremiti coloro che si erano con lui decisi a servire il Signore Gesù Cristo sinceramente.

E questo nonostante che i loro familiari e amici tentassero di farli desistere. Allora Eusebio, tanto più fermo degli altri, respingeva con tale consueta risposta: «Ascoltate – disse – quando Cristo, poiché aveva amato la madre, anche di più della sua passione si accorse di essere crocifisso per la spada del suo dolore attraversarne l’anima. Anche il discepolo prediletto Giovanni evangelista può essere ritenuto oppresso di più con l’angoscia del dolore. Tuttavia, pur potendolo, non volle discendere dalla croce, ma vi rimase fino alla morte. Allo stesso modo, per voi sofferenti e per noi piangenti non vogliamo scendere dalla croce della penitenza, ma rimarremo irremovibilmente fino alla morte, non ci trascini giù il labirinto riprovevole di questo mondo da quello che è di più». Coloro che ascoltavano tutti sciolti in lacrime, compunti nel cuore e turbati dal pungolo della coscienza, non volevano rispondere allo spirito che parlava in lui. Infatti, anche i fratelli eremiti già ammaestrati nella santa convivenza progredivano in più ampia misura.

Fratello Eusebio, uomo devoto a Dio, cultore eccellente dell’eremo con sei frati riuniti a sé presso una triplice grotta, che egli stesso altre volte aveva abitato, vicino a una sorgente viva in onore della Santa Croce, per la virtù della quale ogni insidia dell’antichissimo nemico del genere umano è stata svigorita, incominciò una specie di monastero di osservanza regolare, futura sede dove egli stesso viveva ricco di virtù e devozione e ragguardevole per santità, e benché pallido e magro nel corpo trattenuto con ogni umiltà, frugalità e parsimonia, perché conservava la stessa misura del cibo e del bere, per questo motivo era sempre sano e bello. Illuminato con la grazia divina, tra gli altri compiti ed esercizi della devozione abbracciata esercitò l’ospitalità generosissimamente. Per questo la fama che lo glorifica porta un certo giovane, di nome Benedetto, andato da lui, e che si votò a servire sempre i suoi, in modo da procurare la medesima comunanza di vita della santa comunità. Anche per l’esempio di questo un altro, il cui nome era Stefano, destinato ad essere futuro generale degli eremiti, si associò.

Allora il pio padre gioendo per l’azione della penitenza su ciascun convertito, si separò in un oratorio e come era abituato, rendendo grazie a Dio nello spirito con fortissima e grandissima compunzione, tutto sciolto in lacrime pregò il Signore datore di tutti i beni, affinché moltiplicasse tutti i novizi e li conservasse nel santo proposito. E dunque per i suoi meriti e le sue preghiere, senza dubbio, rimasero saldi. Ma anche moltissimi altri anziani e giovani giunsero. Poi in verità re e principi e nobili di diversi regni eressero molti monasteri, i nomi dei quali furono scritti circa negli anni 1263. Nel 1262 Eusebio preso con sé il suddetto priore provinciale con alcuni frati venne da Urbano IV e gli chiese che gli fosse data la regola di Sant’Agostino. Anche san Tommaso d’Aquino chiese di essere loro assistente nella curia Romana. Quando il piissimo e attivissimo padre Eusebio, che sempre era vissuto obbedientissimo al Signore Dio e molto servizievole al prossimo, dopo la fondazione di molteplici cenobi in Ungheria, poiché stava per passare al riposo eterno nel momento dell’estrema sorte per sé imminente, tenne una bellissima esortazione a tutti i convenuti insieme, a formazione di vita santa e religiosa dei molti discepoli, affinché appunto amassero Dio sopra ogni cosa, poi il prossimo, perché questi sono i due comandamenti principali dati a noi. Ugualmente tra le altre virtù osservassero l’obbedienza, perché il regno dei cieli è guadagnato dalla sola obbedienza dei comandi. Poi si voltò, affinché conservassero in sé i suoi moniti salvifici, o piuttosto il sigillo dell’immagine.

Di fronte ai frati in preghiera si addormentò nella buona vecchiaia con i suoi padri e fu sepolto presso la Santa Croce il 20 febbraio.

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